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the land of the long white cloud
Una chicca
post pubblicato in Storie, il 4 febbraio 2005
Conversazione realmente registrata sulla frequenza di emergenza marittima sul canale
106 al largo della costa di Finisterra (Galicia), tra galiziani e americani, il
16 ottobre 1997.

Spagnoli: (rumore di fondo) ... vi parla l'A-853, per favore, virate 15 gradi sud
per evitare di entrare in collisione con noi. Vi state dirigendo esattamente contro
di noi, distanza 25 miglianautiche.

Americani: (rumore di fondo) ... vi suggeriamo di virare 15 gradi nord per evitare la
collisione

Spagnoli: Negativo. Ripetiamo, virate 15 gradi sud per evitare la collisione

Americani: (un'altra voce) Vi parla il Capitano di una nave degli Stati Uniti d'America.
Vi intimiamo di virare 15 gradi nord per evitare la collisione.

Spagnoli: Non lo consideriamo fattibile, ne conveniente, vi suggeriamo di virare di
15 gradi per evitare di scontrarvi con noi.

Americani: (tono accalorato) VI PARLA IL CAPITANO RICHARD JAMES HOWARD, AL COMANDO DELLA
PORTAEREI USS LINCOLN, DELLA MARINA DEGLI STATI UNITI D'AMERICA, LA SECONDA NAVEDAGUERRA
PIU' GRANDE DELLA FLOTTA AMERICANA. CI SCORTANO 2 CORAZZATE, 6 DISTRUTTORI, 5 INCROCIATORI,
4 SOTTOMARINI NUMEROSE ALTRE NAVI D'APPOGGIO. NON VI "SUGGERISCO" VI "ORDINO" DI
CAMBIARE LA VOSTRA ROTTADI15 GRADI NORD. IN CASO CONTRARIO CI VEDREMO COSTRETTI
A PRENDERE LE MISURE NECESSARIE PER GARANTIRE LA SICUREZZA DI QUESTA NAVE. PER FAVORE
OBBEDITE INMEDIATAMENTE E TOGLIETEVI DALLA NOSTRA ROTTA !!!!!

Spagnoli: Vi parla Juan Manuel Salas Alcantara. Siamo 2 persone. Ci scortano il
nostro cane, il cibo, 2 birre, e un canarino che adesso sta dormendo. Abbiamo l'appoggio
della stazione radio "Cadena Dial de La Coruña" e il canale 106 di emergenza marittima.
Non ci dirigiamo da nessuna parte, visto che parliamo dalla terra ferma, siamo nel
faro A-853 di Finisterra sulla costa Galiziana. Non abbiamo la più pallida idea
di che posto abbiamo nella classifica dei fari spagnoli. Potete prendere le misure
che considerate opportune e fare quel cazzo che vi pare per garantire la sicurezza
della vostra nave di merda che si
sfracellerà sulla roccia. Pertanto insistiamo di nuovo e vi suggeriamo fi fare
la cosa più sensata
e di cambiare la vostra rotta di 15 gradi sud per evitare la collisione.

Americani: Bene, ricevuto, grazie



permalink | inviato da il 4/2/2005 alle 9:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
La mia professoressa di latino
post pubblicato in Storie, il 12 novembre 2004

Quando ero in prima superiore avevo un’insegnante di latino, storia e italiano un po’ matta: oltre a farci fare ginnastica in fondo all’aula per riscaldarci quando in aula faceva freddo, il metodo che usava per interrogarci era del tutto discutibile.

Chiamava un poveretto alla lavagna e lo faceva interrogare dal resto della classe. Diceva, con quella sua voce stridula che ancora sento nelle orecchie, “Fate tre domandine, tre domandine, tre domandine! Avanti su, fate tre domandine!”.

Ovviamente tutte preventivamente preparate: prima dell’inizio dell’ora c’era uno scambio incredibile di bigliettini in giro per i banchi. Se veniva interrogata Eva, bisognava farle certe domande, se veniva interrogata Claudia, altre domande...non posso certo dire che non mi abbia aiutato a sviluppare la fantasia...comunque, se ci penso ora, e’ veramente un sistema assurdo, inutile, stupido.

Lunedi’ ci sara’ un pranzo di reparto con il capo HR mondiale e con il capo HR per l’Europa. E’ arrivato una mail questa mattina dal Direttore HR per l’Italia...diceva piu’ o meno cosi’: “Mi raccomando, al pranzo, venite preparati con belle domande...e’ un’occasione unica per farsi apprezzare e conoscere.”

Che sia un’occasione unica, non lo metto in dubbio, ma la storia delle domandine mi fa tornare in mente il suono della voce della mia professoressa di latino...e non e’ una bella cosa!




permalink | inviato da il 12/11/2004 alle 10:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
La storia di un pescatore
post pubblicato in Storie, il 23 luglio 2004

Sul molo di un piccolo villaggio messicano, un turista americano si ferma e si avvicina ad una piccola imbarcazione di un pescatore del posto. Si complimenta con il pescatore x la qualità del pesce e gli chiede quanto tempo abbia impiegato per pescarlo.

> Pescatore: 'Non ho impiegato molto tempo'

> Turista: 'Ma allora, perchè non è stato di più, per pescare di più?'

> Il messicano gli spiega che quella esigua quantità era esattamente ciò di cui aveva bisogno x soddisfare le esigenze della sua famiglia.

> Turista: 'Ma come impiega il resto del suo tempo?'

> Pescatore: 'Dormo fino a tardi, pesco un po', gioco con i miei bimbi e faccio la siesta con mia moglie. La sera vado al villaggio, ritrovo gli amici, beviamo insieme qualcosa, suono la chitarra, canto qualche canzone, e via così, trascorro appieno la vita.'

> Turista: 'La interrompo subito, sa sono laureato ad Harvard, e posso darLe utili suggerimenti su come migliorare. Prima di tutto Lei dovrebbe pescare più a lungo, ogni giorno di più. Così logicamente pescherebbe di più. Il pesce in più lo potrebbe vendere e comprarsi una barca più grossa. Barca più grossa significa più pesce, più pesce significa più soldi, più soldi più barche! Potrà permettersi un'intera flotta!! Quindi invece di vendere il pesce all'uomo medio, potrà negoziare direttamente con le industrie della lavorazione del pesce, potrà a suo tempo aprirsene una Sua. In seguito potrà lasciare il villaggio e trasferirsi a Mexico City o a Los Angeles o magari addirittura a New York!! Da lì potrà dirigere un'enorme impresa!

> Pescatore: 'ma per raggiungere questi obiettivi quanto tempo mi ci vorrebbe?'

> Turista: '20, 25 anni forse'

> Pescatore: '....e dopo?'

> Turista: ' Ah dopo, e qui viene il bello, quando il suoi affari avranno raggiunto volumi grandiosi, potrà vendere le azioni e guadagnare miliardi!!!!!!!!!!!

> Pescatore:'...miliardi?.......eppoi?'

> Turista: 'Eppoi finalmente potrà ritirarsi dagli affari, e concedersi di vivere.....in un piccolo villaggio vicino alla costa, dormire fino a tardi, giocare con i suoi bimbi, pescare un po' di pesce, fare la siesta, passare le serate con gli amici bevendo e giocando in allegria!'




permalink | inviato da il 23/7/2004 alle 14:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
Sabato sera
post pubblicato in Storie, il 31 maggio 2004

Dopo una splendida cena a Trastevere ed un post-serata in Campo dei Fiori, le due stagiste giuliane si avviano verso la loro casetta, percorrendo alle ore 3 di mattina la "stupenda", "panoramica", "super illuminata" via Cristoforo Colombo con la piccola ed indifesa Punto Bianca di Anna. Ad un superamento, le due stagiste sentono un colpo, come se un sasso avesse colpito la carrozzeria dell'auto. L'Audi che le due stagiste avevano appena superato comincia a suonare, illuminare coi fari, insomma, a fare un vero e proprio casino. Preoccupate, Anna e Novella accostano, pensando "e mo' che succede?". Anna cala il finestrino, a cui si affaccia un buzzurro romano che accusa le due inermi ragazze di avergli fatto fuori lo specchietto. Da notare che lo specchietto della Punto non era neanche rientrato per l'urto. Un po' spaventate dal personaggio, dall'ora tarda e dalla poca illuminazione della strada, Anna e Novella si guardano bene dallo scendere dall'autovettura e constatare il danno. Mollano in velocità 60€ al buzzurro romano e ripartono per la loro piccola ed accogliente casetta...

Che bel fine serata romano!Buona notte!




permalink | inviato da il 31/5/2004 alle 13:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
Un sorriso basta
post pubblicato in Storie, il 25 marzo 2004

A Milano, dopo il colloquio più selettivo della terra, mi sento stanca, frustrata, senza neanche la voglia di camminare, come in coma, completamente assorta nei miei pensieri più o meno cupi. Mangio un panino al volo e mi siedo nell’”oasi verde” di Piazza San Babila.

Continuo a riflettere sulla mia vita, sui miei errori, sulle mie scelte. Accanto a me un uomo anziano mi guarda per un po’ e poi mi chiede: “Pensa che pioverà?”, io rispondo: “Non credo proprio!”.

Da questo contatto iniziale comincia una brave, ma significativa (per me, almeno) chiacchierata.

U: “Sarebbe bello vivere in quel palazzo lassù”

A: “...non so, troppa confusione, forse.”

U: “Sempre meglio del paesino in cui vivo io, non succede mai niente là.”

A: “Almeno starà tranquillo.”

U: “Anche troppo.” “Lei é di Milano?”

A: “No, sono di Gorizia” (faccia assorta di lui che cerca di collocare nella sua cartina geografica mentale un luogo che probabilmente non ha mai sentito nominare)...”...vicino a Trieste!”

U: “Ah! Trieste, c’é la bora!”

A: “Si, c’é mai stato?”

U: “No, ma é quello che si impara quando si fa i parrucchieri.” “Cosa fa a Milano?”

A: “Sono qui per un colloquio di lavoro.”

U: “Ah, ma la prenderanno sicuramente, lei piace di sicuro, é così carina.”

A: “Grazie, ma non credo che sia andtato bene.”

U: “Io sono in pensione da poco.”

A: “Da quanto?”

U: “Due giorni.”

A: “Fresco, fresco!”

U: “Mi hanno costretto ad andare in pensione.”

A: “Costretto?”

U:” Si, una signorina – avrà avuto più o meno la sua età- voleva aprire un negozio di intimo; ha insistito tanto, mi voleva dare trenta milioni.”

A: “Così poco?”

U:  “Ma io ho voluto venticinque milioni.”

A: “Lei é troppo buono.”

U: “Mi bastavano e poi le ho chiesto un bacio.”

A:” Ma un bacio non vale cinque milioni!”

U: “NO, FORSE DUE E MEZZO.”.

Dopo un po’ mi sono incamminata verso la stazione; lasciandolo, l’ho salutato e ringraziato per la chiacchierata.

Éincredibile come ci siamo seduti l’uno vicino all’altra ed abbiamo cominciato a parlare: lui al termine della sua vita professionale, io all’inizio.

Mi ha fatto tenerezza, ma mi ha dato anche coraggio, mi ha fatto pensare tanto, ci sto pensando ancora...

Grazie sorridente vecchietto! In una triste e caotica Milano ho visto la tranquillità di un uomo che é giunto felicemente al traguardo.

Forse ce la posso fare anch’io...




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ETA' DI FERRO
post pubblicato in Storie, il 8 febbraio 2004

C'é una frase nel libro che sto leggendo che mi ha colpito particolarmente:

 

"Ora quel bambino é stato sepolto e noi gli camminiamo addosso. Me lo lasci dire, quando cammino su questa terra, questo Sudafrica, mi cresce dentro la sensazione di camminare sulle facce dei neri. Loro sono morti ma la loro anima non li ha lasciati. Giacciono là, pesanti e tenaci, in attesa che il mio piede muova il prossimo passo, che me ne vada, in attesa di essere richiamati in vita. Milioni di sagome di ferro che fluttuano sotto la pelle della terra. L'età del ferro che attende di fare ritorno."

Non ho intenzione di commentre un libro, un autore o semplicemente una frase che non sono affatto in grado di capire a fondo. Dico solo che mi ha colpito: lascio qui solo il nome dell'autore ed il titolo del libro!

"ETA' DI FERRO"  di J.M. Coetzee




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The Fish of Maui (TE IKA A MAAUI)
post pubblicato in Storie, il 9 gennaio 2004

Maui aveva poteri magici ed era molto più bravo a fare qualsiasi cosa rispetto ai suoi quattro fratellastri, Roto, Mua, Pae e Taha.

Un giorno, questi decisero di andare a pescare il giorno dopo, ma non lo dissero a Maui perché erano gelosi di lui e non volevano che andasse con loro.

La mattina presto del giorno seguente Maui si nascose sul fondo della canoa dei suoi fratelli.

I suoi fratelli si misero a ridere appena salpati, non sapendo che Maui “Nukurau” (il giocherellone) si trovasse nella canoa insieme a loro.

Pagaiarono oltre le barriere, finchè trovarono un buon posto per pescare, ma Maui non lo considerava abbastanza buono, così uscì dal suo nascondiglio sul fondo della canoa!

I fratelli, ancora scioccati dalla magica apparizione di Maui, obbedirono ai suoi ordini di continuare a pagaiare.

Continuarono a pagaiare e a pagaiare. Pregavano Maui di fermarsi, ma Maui non voleva.

Al tramonto del sole, la terra non si vedeva più. Maui continuò a pagaiare per tutta la notte alla luce di Marama, la luna.

Le miglia scorrevano sotto la carena della canoa mentre qualcosa spingeva Maui a continuare ancora e ancora.

La mattina trovò fratelli arrabbiati ed infastiditi.

Maui fu finalmente soddisfatto del luogo scelto per la pesca, ma per vendetta i suoi fratelli non gli diedero le esche per pescare.

Così egli si ferì il naso e spalmò il magico amo di osso con il suo stesso sangue.

Fece volteggiare più volte l’amo dei suoi avi sopra la testa, disegnando e tagliando l’aria   con una spirale sempre più ampia.

Poi liberò la presa, per far affondare l’amo nell’oceano.

Il filo attraversò le profondità del mare con la velocità di una taiaha.

L’amo (di osso) colpì un legno e si impigliò nel braccio di una scultura.

Maui, dall’altra parte del filo, non sapeva che il suo “amo” si era impigliato nella “tekoteko” (tetto)di una “whare” (casa) ancorata saldamente alla schiena di una creatura enorme.

Non stava pescando un pesce, ma una terra.

Egli tirò con violenza, contorse la lenza, la sollevò, si sforzò con ogni muscolo del suo corpo.

Dal fondo dell’oceano qualcosa cominciò a muoversi. Sopra, Maui invocava che i “Karakia” (incantesimi magici) passassero attraverso la lenza per arrivare al grande pesce. Questi incantesimi chiedevano al pesce di emergere, di diventare luce e di fluire verso la superficie. Ma il pesce sapeva che il mare era la sua casa e così cominciò a combattere.

Maui si legò saldamente alla canoa mentre il mare cominciava a muoversi e a ribollire.

Piantando i piedi sul fondo della canoa, cominciò a tirare il filo da pesca.

I suoi fratelli erano terrorizzati e non provarono neanche ad aiutarlo.

Man mano, centimetro dopo centimetro, Maui tirò su il filo. Il “pesce” si dimenava infuriato, ma la sua forza non era tanto potente quanto la volontà di Maui.

Il potere attraversò Maui ed il grande pesce fu trascinato in superficie.

E che pesce! La sua coda si allungava lontano verso Nord e la sua testa si disperdeva verso Sud.

“Devo recuperare il mio amo!”, disse Maui. “Non toccate il pesce finchè non torno. È morbido e liscio e non voglio che si rovini”.

Ma non appena Maui si allontanò, i suoi fratelli cominciarono a  prendersi la loro parte: non avevano forse aiutato Maui a pagaiare?

Il grande pesce si dimenava in agonia mentre le lame dei remi ferivano la sua carne.

In men che non si dica la sua liscia schiena si trasformò in un ammasso di valli e pianure.

Il Pesce di Maui era diventato una terra montuosa.

Forse hai visitato “Te-ika-a-Maui” o magari ci stai vivendo sopra in questo momento. Perché “Te-ika-a-Maui” è l’Isola del Nord della Nuova Zelanda.




permalink | inviato da il 9/1/2004 alle 16:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Aotearoa
post pubblicato in Storie, il 8 gennaio 2004

Maori bone carvings, the fishhook carving... (4K)Maori bone carvings, the fishhook carving... (4K)Maori bone carvings, the fishhook carving... (4K)Maori bone carvings, the fishhook carving... (4K)Maori bone carvings, the fishhook carving... (4K)Maori bone carvings, the fishhook carving... (4K)Maori bone carvings, the fishhook carving... (4K)Maori bone carvings, the fishhook carving... (4K)Maori bone carvings, the fishhook carving... (4K)Maori bone carvings, the fishhook carving... (4K)Maori bone carvings, the fishhook carving... (4K)Maori bone carvings, the fishhook carving... (4K)Maori bone carvings, the fishhook carving... (4K)

Aotearoa.co.nz logootearoa significa "terra della lunga nuvola bianca", il nome dato alla Nuova Zelanda dai Maori.

Secondo una leggenda Maori, Kupe, un capo Maori, fu il primo Maori a giungere in Nuova Zelanda.

Kupe arrivò dalle isole Hawaiki all'incirca nel 950 DC  con una canoa chiamata Maataahourua. Kupe vide la Nuova Zelanda distesa davantia lui e disse: "he ao he aotea he aotearoa" che, tradotto, significa: "é una nuvola...una nuvola bianca...una lunga nuvola bianca".

Appena intorno al 1350 le grandi flotte di Maori arrivarono e si insediarono in questa terra, ma il nome Aotearoa rimase il nome Maori per Nuova Zelanda.

Abel Tasman (1642) fu un olandese, il quale pensò che Aotearoa assomigliasse ad un luogo nei Paesi Bassi chiamato "Zeeland", così chiamò il Paese Nuova Zelanda.

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LO SVEDESE DI NOME ASLE
post pubblicato in Storie, il 25 dicembre 2003

LO SVEDESE DI NOME ASLE


 


Ogni estate, durante il mese di luglio, i miei genitori, mio fratello ed io partivamo per le vacanze. Ormai era una tradizione che andassimo sempre sulla riviera romagnola, in una di quelle cittadine tanto vivaci e caotiche d’estate, quanto squallide e vuote d’inverno.


Papà doveva prenotare l’albergo con un grande margine d’anticipo per riuscire a trovare una stanza per quattro persone: la cosa mi faceva andare in bestia, mi infastidiva il fatto che tutti si ammucchiassero in un’unica località balneare solo perché faceva caldo; avrei voluto andare in montagna: provavo indifferenza per il mare, per la spiaggia affollata ed afosa, per il sole, il vento ed i gabbiani.


Proprio per questo motivo avevo deciso di non uscire di giorno, ma solo al tramonto o all’alba, quando ancora le uniche padrone del mondo erano la solitudine e la pace. Ogni mattina ed ogni sera passeggiavo, scalza, sulla lingua di sabbia lasciata dalla bassa marea, oppure per i viali del centro deserto, poi tornavo nella minuscola stanza che mio padre aveva pagato così tanto per permettere ai suoi figli di trascorrere le vacanze come tutti gli altri. Mi distendevo sul letto e leggevo o guardavo il soffitto, sognando non so neanche io cosa.


“Smettila di stare sempre chiusa in camera, durante il giorno!”, mi disse mia madre, entrando all’improviso. “Vai fuori, abbronzati, nuota, divertiti…tuo padre non merita di avere una figlia come te”.


A queste parole reagii come un automa: uscii dalla stanza senza dire una parola e mi ritrovai subito dopo, nell’ora più calda della giornata, a vagabondare su e giù per il lungomare.


È stato quel giorno che l’ho visto per la prima volta, davanti ad un negozio di articoli da pesca. Mi ha subito colpito, ma, come sempre, anche quella volta ho tirato avanti, apparentemente indifferente a tutto quantomi accadeva intorno.


Dopo qualche ora il mio stomaco incominciò a brontolare, così, avendo qualche spicciolo in tasca, mi sedetti al bancone di un bar.


“Hai bisogno di qualcosa?”, mi chiese una voce da dietro il banco: alzai gli occhi e mi trovai davanti lo stesso ragazzo che qualche ora prima avevo osservato ammirare il negozio di pesca.


“Una Coca-Cola, grazie”, gli risposi e rimasi a fissarlo mentre si accingeva a stappare la bottiglia per pormela davanti e mentre serviva altra gente e altra ancora; aveva una luce particolare negli occhi, una cordialità ed una gentilezza innata nel proporsi agli altri: strano che una ragazza distratta ed indifferente come ero io in quel periodo si accorgesse di una cosa simile.


“C’è qualcosa che non va?”, mi disse mentre lavava le ultime tazzine sporche nell’acquaio: “…da ore sei lì, con gli occhi fissi!”. Come per incanto, mi svegliai e per la prima volta non aprii solo gli occhi, ma anche il cuore e la mente. Passeggiammo per la città tutta la sera e tutta la notte, fino all’alba.


Si chiamava Asle:


“Mia madre è italiana, mio padre svedese, di Lulea, è da lì che vengo.”


“Perché sei venuto proprio qui, in un posto dl genere?”, gli chiesi.


Aveva diciotto anni ed una grande voglia di vivere e di conoscere il mondo.


“Mi piace la gente, mi piace il sole…e poi…sarei andato fino in Puglia, ma non avevo abbastanza soldi per il viaggio.”


“E’ per questo che lavori in quel bar?”


“Si, ho promesso a mio padre di imparare i metodi di pesca mediterranei, voglio pescare pesci spada in quantità!”


“Beh, questo non è proprio il posto ideale  per quel genere di prede”, dissi io.


“Si, è vero, ma nel frattempo risparmio un po’ di soldi, conosco tanta gente, mi diverto e mi abbronzo un po’…è così bello questo Paese!”


Allora mi sembrava impossibile considerare l’Italia un Paese bello, divertente ed allegro così come Asle me lo stava decrivendo: avevo visto solo luoghi squallidi, sporchi ed affollati. Avevo cominciato ad odiare la gente e le cittadine affollate fin da quando i miei genitori ci avevano portati in località come quella in cui mi trovavo a trascorrere le vacanze. Per questo sognavo gli stati del Nord Europa…terre isolate ed incontaminate, con pochi abitanti dediti ad attività dure ed impegnative. Ora, ivece, incontravo un ragazzo che scappava proprio da quei posti, che cercava compagnia mentre io cercavo solitudine, che amava il mare caldo e tranquillo almeno quanto io ne rimanevo indifferente.


Per la prima volta mi capitò di guardare il mondo da un diverso punto di vista e mi parve più bello.


“In Svezia il clima, soprattutto d’inverno, è molto rigido, le giornate sono corte e buie, mettono tristezza. Eppure è un belissimo Paese, ci sono molte foreste, molti laghi incontaminati, i fiordi offrono spettacoli stupendi, indecrivibili! Ma  io voglio vedere nche il resto del mondo, mi capisci?!”.


No, non lo comprendvo ancora del tutto, ero troppo chiusa nella mia ottusità e nel mio scetticismo per capire, quindi restavo in silenzio, mentre lui continuava a parlare e a viaggiare con la fantasia.


“Mio padre è pescatore ed io, quando posso, lo vado ad aiutare. I pecherecci sono molto più attrezzati di quelli che ho visto qui, sinora. Il nostro mare è freddo e violento, -non ci si può mai fidare del mare-, diceva mio nonno. D’inverno, da noi, non si esce quasi mai di casa, il freddo ti congela anche il cervello; d’estate l’aria è fresca e frizzante, ma ci sognamo le belle abbronzature di voi mediterranei. Perciò, con la scusa che mia madre è italiana, sono venuto qui a cercare nuove esperienze di vita e di lavoro”.


“Mi piacerebbe visitare la Svezia”, dissi, “ Chissà quante bellezze scoprirei…quei laghi e quelle foreste di cui ho tanto sentito parlare! Ci devono essere dei paesaggi da fiaba, non è vero?!”.


“Si, i paesaggi meravigliosi ci sono, e anche parecchi, ma io, la meraviglia, la vedo qui, nel tuo Paese, anche se tu non ti rendi conto di quanto sia bello. Forse è questo che dobbiamo fare, osservare la realtà dal punto di vista di un altro per comprendere quanto sia bello tutto ciò che ci circonda”.


In quel momento mi accorsi di quanto tardi fosse. Stava albeggiando ed i miei genitori non avevano mie notizie dal giorno precedente! Chissà come erano preoccupati, forse avevano già chiamato la polizia…dovevo correre subito in albergo!


Salutai Asle, promettendogli che avrei fatto di tutto per apprezzare quanto mi stava intorno:


“Verrò in qualche modo in Svezia, con o senza il consenso dei miei genitori, così mi renderò conto se è vero ciò che hai detto, te lo prometto!”


“Ti farò conoscere il mio mondo!”, mi aveva gridato lui, mentre stavo già correndo verso l’albergo.


Solo in seguito mi resi conto di conoscere di quel ragazzo solamente il nome e la città in cui abitava, non sapevo dove rintracciarlo nel suo Paese, ma sapevo che, in qualche modo, l’avrei trovato.


Quando arrivai in camera, papà e mamma tirarono prima un sospiro di sollievo, poi incominciarono a rinfacciarmi tutta l’ansia che avevano provato durante l’attesa, nel momento in cui dissi: “Voglio andare in Svezia!”, si scatenò il putiferio.


Ma ormai avevo deciso: dovevo conoscere altre realtà prima di giudicare quella in cui vivevo io!


 


 


 


 


 


 


(P.S.ogni riferimento a fatti e persone é puramente casuale!!)




permalink | inviato da il 25/12/2003 alle 10:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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